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Il Crocifisso è una potente ed impressionante scultura lignea policroma del sec. XVI, che la tradizione vuole scolpita in un unico tronco di fico ad eccezione delle braccia che sono snodate per trasformare l’immagine da Gesù Crocifisso a Gesù Deposto.

Gesù viene raffigurato morente e con il capo reclinato sulla spalla destra.

L’intenso manufatto mette in luce una cura di particolari veramente eccezionali: la corona di spine è aggiunta in cuoio, come pure in cuoio è la ciocca di capelli che scende sulla spalla sinistra; sono invece scolpiti gli altri capelli, la barba, la bocca semiaperta con i denti, gli occhi socchiusi; è evidenziata l’anatomia delle ossa, dei muscoli e la minuta rete arteriosa. Il perizoma è realizzato in tela gessata, ed essendo molto rovinato, viene solitamente rivestito da un gonnellino di tessuto ricamato in oro. Un aureola raggiata in ottone è aggiunta con un perno sul capo. Le macchie nere che contornano le piaghe alle mani, ai piedi ed al costato sono dovute all’uso del balsamo, un antica consuetudine presente nella nostra chiesa dall’inizio del ‘900: quella di mettere nelle ferite del Crocifisso della bambagia con il balsamo, sostanza resinosa odorifera, per poi prelevarne i fiocchi per devozione.

Non è documentato chi sia stato l’autore dell’opera: le ricerche effettuate si orientano verso la bottega biturgense di Romano Alberti detto il “Nero”: di questo intagliatore si conoscono molte opere tra le quali un Croficisso nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie al Rivaio di Castiglion Fiorentino, realizzato nel 1562, che nel confronto con il nostro venerato simulacro mostra fortissime analogie.

La Vergine Addolorata è un opera in cartapesta acquistata dalla Confraternita nella prima metà dell’ottocento.
Dai riscontri stilistici (vedi cattedrale di Ferrara e chiesa di Sant’Alberto di Ravenna) si può affermare con certezza che si tratta di una scultura uscita dalla bottega Ballanti-Graziani di Faenza: è possibile che tale scelta sia dovuta alla presenza a Gubbio e a Santa Croce del pittore faentino Tommaso Minardi, amico e frequentatore dei Ballanti.
Non si conosce l’autore dell’invenzione iconografica della statua ma a Faenza tale immagine era molto comune e veniva riprodotta nella prima metà dell’Ottocento su targhe in maiolica policroma.
Si tratta di una bella composizione che risente del pietismo romantico ottocentesco.

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